Gas serra, il mercato delle emissioni

Gas serra, il mercato delle emissioni

Category : Ambiente

Gli scambi fra i paesi generano un giro 22 miliardi di euro.
Il fenomeno è europeo: l’80% degli affari riguarda la Ue

Dalla newsletter di uno dei maggiori operatori del settore, l’olandese Abn-Amro, per i suoi clienti: "L’apertura, lunedì, era stata al ribasso, ma, mercoledì, sono comparsi all’attacco i tori e il contratto è salito, in chiusura, di un euro. A spingere erano le aziende elettriche tedesche e i fondi, ma, come spesso accade, i prezzi hanno cominciato a declinare nel pomeriggio, quando si sono visti i compratori scaricare i loro acquisti, probabilmente per qualche presa di profitto". Insomma, non è capitato granché, come avrà già capito chi è abituato a decriptare i commenti sui mercati finanziari, nascosti nelle pagine economiche dei giornali. Ma non è questo il punto. Quello che conta è che il mercato in questione ci sia, con i suoi tradizionali e salutari scontri fra tori (rialzisti) e orsi (ribassisti), seguiti e gestiti da grandi banche.

E che si comporti come tutti i mercati. Anche qui ci sono i trader davanti agli schermi dei loro computer, su cui si accendono le caselle "bid" e "offer", compra e vendi. Su questi schermi sono transitati, l’anno scorso, 1.600 milioni di tonnellate di materia prima, il doppio del 2005. Per un giro d’affari di tutto rispetto: 30 miliardi di dollari nel 2006, oltre 22 miliardi di euro.

Vero, il petrolio brucia gli stessi soldi più o meno nel giro di una settimana. Ma questo mercato, due anni fa, non era ancora nato. Ed è l’unico mercato al mondo in cui si scambia qualcosa che non esiste. Anzi, il cui valore è dato proprio dal fatto che non c’è. Si compra e si vende "non Co2": chi è riuscito ad emettere meno anidride carbonica del tetto previsto, vende questo risparmio a chi non c’è riuscito, che si compra, così, il diritto ad emetterne.

Attualmente, il diritto ad emettere una tonnellata di Co2 nel dicembre 2008 costa intorno ai 22 euro. Tori, come Lueder Schumacher e Hans Lekander, analisti, rispettivamente, di Dresdner Kleinworth e Ubs, prevedono un prezzo di 30 euro fra il 2008 e il 2009. Gli orsi (più nelle aziende che nelle banche) scontano che scenda a 20.

Non è una forchetta qualsiasi. È una differenza cruciale, a cui sono appese, per buona parte, le speranze della nuova energia. A 30 euro le energie verdi e rinnovabili sarebbero, anche con le tecnologie attuali, convenienti e competitive. A 20 euro, ancora no.

È uno dei motivi per cui l’idea di affidare il compito di limitare l’anidride carbonica ad un mercato delle emissioni continua a suscitare parecchie critiche. Il grosso degli economisti, in linea di principio, preferirebbe una semplice tassa, la carbon tax. E, a sorpresa, anche molte aziende. Il motivo è che la tassa, al fondo, offre meno incertezze. "Con la tassa – spiega Tim Harford, l’inglese autore di "The undercover economist" – sai il prezzo della Co2, ma non la quantità di emissioni che ci saranno. Con il tetto, oltre il quale devi andarti a comprare il diritto ad emettere, sai quante emissioni ci saranno complessivamente, ma non il prezzo, che può oscillare anche molto. Questo secondo sistema è più pericoloso per i costi delle aziende e non può essere regolato, secondo necessità, agevolmente e rapidamente". Senza dimenticare che la tassa produce un gettito, che può essere utilizzato, ad esempio, in ricerca scientifica e tecnologica. In un mondo in cui la parola "tasse" è diventata politicamente impronunciabile, tuttavia, il sistema del tetto alle emissioni fissato dall’alto e del mercato delle eccedenze è parsa l’unica praticabile, anche se comporta un intervento di regolamentazione burocratica molto più invadente.

L’esperienza ha sottolineato tutti questi limiti. Il più importante, naturalmente, è che il mercato delle emissioni resta un fenomeno sostanzialmente europeo (l’80 per cento del giro d’affari riguarda la Ue, l’unica area del mondo in cui il sistema sia obbligatorio) e, dunque, ha un carattere soprattutto dimostrativo. È probabile, però, che alla Casa Bianca l’umore cambi presto, portando nel mercato anche gli Usa, i maggiori produttori al mondo (insieme alla Cina) di anidride carbonica. Ma anche la sola sperimentazione europea ha inanellato una serie di fallimenti. Nei due anni in cui il sistema è stato in vigore, le emissioni complessive europee sono diminuite solo del 2 per cento, contro l’8 per cento previsto.

L’obiettivo dichiarato, nel rendere la Co2 un costo visibile, era spingere le imprese ad aumentare la propria efficienza ambientale, sostituendo i processi che producono più anidride carbonica. Anche se qualche successo c’è stato, per esempio nel ridurre l’uso della lignite nelle centrali a carbone, l’impatto è stato limitato e sono stati sporadici i casi di riconversione a combustibili meno inquinanti. Alla radice c’è un clamoroso pasticcio combinato dalle burocrazie nazionali e comunitaria.

Il mercato europeo delle emissioni nasce nel gennaio 2005, vincolando 12 mila imprese dei settori dell’energia, della carta, dell’acciaio e del cemento a quote prefissate di Co2, concesse gratuitamente. Oltre queste quote, i diritti ad emettere vanno acquistati. Ma solo nel maggio 2006 si è andati concretamente a verificare la quantità reale delle emissioni. E si è scoperto che, nel contrattare l’entità delle quote gratuite, alcune burocrazie nazionali (quella tedesca, in particolare, non gli italiani) erano state particolarmente svelte. In poche parole, i permessi gratuiti erano, in molti casi, superiori alle emissioni reali. Le aziende avevano avuto (gratis) diritti ad emettere da rivendere, volendo, con profitto. E il prezzo dei contratti è velocemente sceso praticamente a zero, con tanti saluti agli incentivi a rendere efficienti gli impianti. Un disastro. Ma, allora, perché tutti – dagli analisti della Deutsche Bank all’Economist, usualmente tanto arcigno con tutto quello che combina Bruxelles – definiscono in coro il mercato delle emissioni "un grande successo"? Perché Bruxelles ha dimostrato che il mercato, nonostante tutte le difficoltà d’avvio, funziona. I 1.600 milioni di tonnellate di Co2 scambiati l’anno scorso equivalgono ad un terzo del totale di anidride carbonica effettivamente emessa, nel 2005, nell’Unione europea, a conferma che il meccanismo può muovere quantità significative. Gli errori della prima fase sono stati corretti: quando, a fine 2008, partirà la fase 2, tutti i vecchi permessi saranno azzerati, sovradotazioni comprese, e le nuove quote saranno molto più restrittive: ecco perché un contratto a dicembre 2007 vale qualche centesimo, ma uno a dicembre 2008 costa già 22 euro.

È un mercato dinamico: "È giovane e poco liquido – osserva Eliano Russo, che lo segue per conto dell’Enel – ma cominciano a comparire i primi broker e i primi derivati". È anche un mercato flessibile ed elastico. Secondo un’analisi della Ifsl di Londra, circa due terzi dell’anidride carbonica trattata proviene da risparmi interni alle 12 mila aziende interessate. Un terzo è il frutto dei Cdm, sorta di certificati di buona condotta, che le imprese si guadagnano, riducendo l’anidride carbonica prodotta da altre aziende, in altri paesi. Siccome l’effetto serra è una partita di giro globale, poco importa se la riduzione avviene nella centrale di casa o in Cina. I relativi certificati (dove la riduzione viene verificata da esperti indipendenti e poi dall’Onu) sono una polizza contro l’aumento delle proprie emissioni, ma possono essere anche rivenduti. Così, la Shell convoglia la sua anidride carbonica nelle serre agricole, che altrimenti dovrebbero produrla in proprio. La Bunge, una multinazionale Usa, ha inventato un sistema per estrarre il metano (un gas serra assai potente) dagli escrementi degli allevamenti dei maiali: invece che disperdersi nell’atmosfera viene utilizzato per produrre energia. La strada battuta dai più è quella di migliorare l’efficienza di impianti vecchi e obsoleti in Cina o in India. È qui che l’Enel si è impegnata: "È importante – dice Russo – perché se questi interventi non li facessimo noi, loro non li farebbero". Il problema, in prospettiva, per chi va a caccia dei certificati, è che, man mano che gli impianti più obsoleti si esauriscono, rendere più efficienti quelli meno antiquati diventa più difficile e costoso.

Ma non è necessariamente un male. Il successo più importante del mercato europeo delle emissioni è aver fatto entrare nella testa (e nei conti) delle aziende che la Co2 è un costo, non generico e collettivo, ma concreto, misurabile e individuale. "Noi ormai – spiega Russo – la consideriamo una materia prima come le altre: compriamo e vendiamo carbone, gas. E anidride carbonica". L’effetto sulla competitività delle diverse fonti di energia, a seconda del loro maggiore o minore impatto sull’effetto serra, è decisivo. Il primo passaggio è dal carbone al gas, ma la posta in gioco sono le energie alternative, comprese (ma non solo) le rinnovabili. Gli esperti del Mit di Boston calcolano che, solo con un prezzo dell’anidride carbonica intorno ai 30 euro la tonnellata, il chilowattora prodotto da una centrale atomica (zero Co2) ha un costo competitivo con quello prodotto da una centrale a gas. Per quello prodotto con tecnologie nuove, come l’isolamento e il seppellimento dell’anidride carbonica di una centrale a carbone, basterebbe un prezzo della Co2 di 25 euro. E, per solare e vento, a questi prezzi, diventerebbero inutili i sussidi. A conferma di un’antica verità: per far capire quanto è importante una cosa, non c’è niente di meglio che farla pagare.

di Maurizio Ricci da repubblica.it

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