Il futuro chiamato carbone: ma prima bisogna “pulirlo”

Il futuro chiamato carbone: ma prima bisogna “pulirlo”

Category : Energia

Articolo tratto da giornaletecnologico.it

Il carbone è sporco. Eppure è il motore dell’economia americana, cinese e indiana. Perciò, non è destinato a scomparire. Le fonti di energia rinnovabile come l’eolico e il solare generano solo l’un per cento dell’elettricità del pianeta. Basta fare il calcolo: far sì che il carbone bruci in maniera pulita potrebbe essere un problema ambientale fondamentale di cui nessuno parla. Malgrado studi recenti abbiamo stimato che gli scarti delle centrali di carbone cinesi raggiungono le coste americane in appena cinque giorni, il boom di investimenti che ha investito la ricerca sui biofuel pare aver completamente trascurato l’opzione carbone. Anche il presidente del World Coal Institute recentemente ha dichiarato gli ultimi dieci anni “un decennio perso” dal punto di vista del carbone pulito, sostenendo che è ora di correre ai ripari

Jeremy Carl, ricercatore del Program on Energy and Sustainable Development di Stanford, non potrebbe essere più d’accordo. Wired News lo ha intervistato a proposito della Cina, del Santo Graal del carbone pulito e di come il Protocollo di Kyoto abbia affrontato la questione delle centrali a carbone.

Come ha iniziato a interessarsi di carbone pulito?
Ho guardato i numeri. È una questione di dove trovare fonti di emissioni fondamentali e di come gestirle.

Può darci un’idea della diffusione del carbone? Può essere considerato una fonte energetica?
L’unica sostanza a dare un contributo maggiore al fabbisogno energetico globale è il petrolio. Il carbone rappresenta circa il 40 per cento della produzione di elettricità del pianeta.

Quant’è sporco?
Dipende da dove lo si ottiene. Il carbone può contenere tutti gli elementi della tavola periodica. A seconda di dove lo si estrae, può voler dire fino a cento sostanze diverse. Se si utilizzasse il tipo di carbone che normalmente si impiega in una centrale indiana per far funzionare una caldaia supermoderna in Giappone si potrebbe rischiare di far saltare il palazzo.

Deve pur esserci qualcosa di positivo.
Costa poco. E non presenta i rischi del nucleare. Dal carbone non si può ricavare una bomba. E al contrario di altri combustibili fossili è davvero diffuso, non esiste un Opec del carbone.

Questa così ampia diffusione rende difficile immaginare un’eventuale guerra delle risorse?
Sì.

Esiste una fonte di energia in grado di sostituirlo?
Il gas naturale è l’unica alternativa praticabile, e non è nemmeno certo che le riserve possano eguagliare quelle di carbone.

Come si può allora renderlo più pulito?
Il metodo più noto è quello della desolforizzazione, che elimina il diossido di zolfo dai fumi, ma desta il timore della pioggia acida. Ci sono poi altri dispositivi di controllo dell’inquinamento per l’ossido di azoto e i filtri di mercurio.

E le tecnologie emergenti di cattura e confinamento del carbonio?
Si prende il carbonio nei fumi e lo si inietta tramite pressione in una qualche formazione geologica. Già utilizziamo questo processo in ambito industriale. Sappiamo come funziona.

Sembra che si passi la maggior parte del tempo a eliminare agenti inquinanti a prodotto finito. Non sarebbe meglio cercare di elaborare processi più puliti in partenza?
Molti puntano sulle centrali Igcc, a ciclo combinato di gassificazione integrata, che trasformano il carbone in gas prima di bruciarlo, come se fossero il Santo Graal perché rendono più pulito il processo. Questo genere di impianti garantisce carbonio più concentrato, che può essere sequestrato sotto terra a prezzi più bassi. Ma i costi di realizzazione sono molto alti, e non c’è molta esperienza in termini di progettazione.

Si sente molto parlare dell’industria del carbone cinese. Si può metterla a confronto con quella americana, che è la seconda al mondo?
In America si estraggono circa 1,1 miliardi di tonnellate di carbone ogni anno. La Cina era a quasi 1,4 sette anni fa. Oggi è a 2,4. In poche parole, in sette anni hanno preso il secondo classificato e ne hanno più che raddoppiato i risultati. E se si dà un’occhiata ai piani della Repubblica Popolare, si vede subito che per il futuro hanno progetti ancor più bellicosi.

Visti e considerati le ovvie ricadute ambientali di queste centrali, perché non abbiamo delle soluzioni a tali problematiche più efficaci del Protocollo di Kyoto (che peraltro gli Stati Uniti non hanno ratificato, e che esonera la Cina e l’India dai vincoli sulle emissioni)?
Le dirò la mia opinione personale. Tutto dipende dalle scelte politiche di chi ha negoziato per Kyoto, e dalle pressioni esercitate sulle organizzazioni ambientaliste che non si sono mai sentite a proprio agio con il carbone. C’era troppo pressione sulla crucialità dal punto di vista simbolico dell’arrivare ad un accordo.

Lei cosa avrebbe voluto?
Credo abbia ragione chi ha obiettato che forse l’Onu non era il forum di discussione più adatto per una problematica del genere, e che sarebbe stato meglio prendere le dieci nazioni che consumano il 60 per cento dell’energia globale e decidere con chi è veramente parte in causa. Sarebbe stato un approccio di gran lunga più efficace. Avrei barattato volentieri tutti i bonus delle emissioni di Kyoto con otto centrali a carbone pulito che sequestrassero il carbonio in paesi diversi, perché poi si sarebbe potuto dire “Ok, funziona. Ora vediamo chi deve sostenerne i costi”.

Perché sarebbe stato meglio?
Perché invece così stiamo cercando di convincere la Cina e l’India a costruire degli impianti per il carbone pulito esercitando pressioni perché realizzano in serie qualcosa che non è mai stato tentato prima su larga scala. E non funzionerà.


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