Sostenibilità e ruolo del cittadino consumatore

Sostenibilità e ruolo del cittadino consumatore

tratto da Nuove Energia n°3, di Alessandro Gilotti, presidente e amministratore delegato Kuwait Petroleum Italia SpA

Un tasso medio annuo di aumento della popolazione pari all’1 per cento e quello delle emissioni di CO2 pari all’1,7: due indicatori per disegnare un Pianeta che nel 2030 conterà oltre 8 miliardi di abitanti (il 26 per cento in più rispetto a quelli del 2004) e registrerà 40 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 (55 per cento più di quelle del 2004).
A completare questo scenario,un tasso di crescita medio del Pil mondiale nello stesso periodo del 3,4 per cento e che fino al 2015 è previsto traguardare un tondo 4 per cento spinto in prevalenza dalle nuove economie asiatiche e degli altri Paesi emergenti.

Previsioni come queste, ormai largamente diffuse, riassumono in breve il quesito di fondo e irrisolto che sta di fronte ai policy e ai decision maker: quale modello di sviluppo potrà coniugare l’esigenza di crescita dell’economia, necessaria a migliorare soprattutto la qualità di vita delle aree meno sviluppate, con la vivibilità del Pianeta.
La sostenibilità,termine che sintetizza questo paradigma, sembra minacciata dallo spettro del global warming conseguente all’aumento della concentrazione di CO2 che dai 380 BTC del 2000 è prevista passare a 530 nel 2050 riscaldando il Pianeta di 2,5-3 gradi. Ma le immagini apocalittiche di scioglimento dei poli, innalzamento del mare, uragani e clima impazzito sembrano non scoraggiare la domanda di consumi che sospinge questa trasformazione. Si pensi per esempio alle auto: nel 2010 il parco circolante mondiale sarà aumentato del 12,5 per cento e 80 milioni di nuove auto si saranno aggiunte in soli 4 anni (dal 2006 al 2010) ai 637 milioni di vetture pre-esistenti. Le politiche fin qui seguite sembrano ininfluenti a ridurre drasticamente le emissioni e in particolare sembra lontano l’obiettivo di ridurre del 50-60 per cento le emissioni di CO2 nelle nazioni industrializzate, obiettivo che gli esperti ritengono necessario per stabilizzare la concentrazione di questo gas a livelli sostenibili. Una realtà che sembra sancire in maniera emblematica il fallimento del protocollo di Kyoto. Disatteso dagli Stati Uniti, il più grande fra i Paesi emettitori di CO2, e ignorato da Cina e India, nemmeno i Paesi più industrializzati sono riusciti a rispettare i limiti concordati come dimostrano i primi risultati. In Italia, che rappresenta il nono nella classifica dei dieci Paesi che emettono il maggior quantitativo di CO2, tali emissioni invece di diminuire sono aumentate di oltre il 12 per cento nel periodo 1990-2004. Sembra che ce ne sia abbastanza per affermare che la ricerca della sostenibilità richiede soluzioni nuove e alternative alle politiche di stampo dirigistico finora adottate. E, soprattutto, soluzioni che attivino concretamente la fonte energetica più efficiente, più largamente disponibile e, in un certo senso, “più rinnovabile”: il risparmio energetico. Un risparmio che, come quello finanziario, non può che derivare da una scelta autonoma e consapevole. Si tratta, dunque, di rovesciare l’ottica dell’approccio al problema chi amando in causa la categoria del cittadino a esercitare il suo ruolo di consumatore in maniera consapevole e sulla base di motivazioni nuove rispetto a quelle che convenzionalmente hanno finora orientato le sue scelte. Per percorrere questa strada alternativa sono necessari due passaggi fondamentali. Il primo riguarda la contabilizzazione dell’energia complessivamente contenuta nei beni e servizi.
Chiaramente questo tipo di contabilità non riguarda solo l’energia contenuta nei prodotti in sé ma anche quella attinente le modalità con le quali tali prodotti vengono offerti e distribuiti. Per esempio sarebbe rilevante sapere di quanta energia necessita l’offerta sui banconi di grandi centri commerciali di un frutto esotico, considerando la fase distributiva di trasporto dal momento in cui viene raccolto, conservato a freddo in attesa dell’aereo che lo trasporta da un continente all’altro, per essere allocato in scaffali refrigerati. Il contenuto di energia di tale frutto, che già così contabilizzato parrebbe eccessivo, diventa spropositato se consideriamo ancora l’energia necessaria a produrre e poi a smaltire l’eccesso di imballo che in genere viene utilizzato. Alla fine bisogna non dimenticare i chilometri che il consumatore deve generalmente percorrere per recarsi ad acquistarlo. Il quantitativo di energia necessaria per sostenere quanto fin qui raccontato si traduce in costi e impatti ambientali che generalmente non vengono riflessi nei prezzi al consumo. Costi che comunque ricadono sulla collettività che li paga per altre vie in termini ambientali, sociali, e di salute pubblica.
Il primo passaggio fondamentale è dunque quello di iniziare a considerare le cosiddette esternalità associate a ciascun prodotto o servizio, intese come le conseguenze (siano esse negative o positive) nella sfera di altri soggetti e ambiti a cui non corrisponde una compensazione in termini monetari. In parole più povere l’esternalità è, in senso lato, quell’elemento di un bene per il quale non esiste un prezzo/costo di mercato. Portare alla luce tale valore diventa dunque fondamentale per capire i costi complessivi effettivi di un genere di consumo e del modo in cui viene offerto. Il secondo passaggio fondamentale è rendere consapevole di questi costi il cittadino, in maniera tale che in qualità di consumatore egli possa orientare la sua scelta liberamente ma in modo responsabile rispetto a quel complesso di variabili che accanto alla convenienza in termini di prezzo annoveri anche la salute, la qualità e l’ambiente. È chiaro che questo passaggio risulta di particolare complessità. Innanzitutto perché investe aspetti culturali e in secondo luogo perché riguarda la mancanza di azioni formative e informative adeguate. In una visione ideale si potrebbe immaginare che il consumatore possa teoricamente disporre di una “carbon card” che gli assegni il credito di energia di cui può annualmente disporre compatibilmente con i vincoli di sostenibilità. Questi potrebbe scontare da tale ammontare la quantità di energia associata a ogni scelta di acquisto effettuata, chiaramente nell’ipotesi che ogni prodotto, oltre il suo costo,fosse in grado di esporre chiaramente il contenuto energetico necessario alla sua manifattura e alla sua distribuzione. Un approccio di questo tipo chiama pesantemente in causa le politiche fin qui adottate. In particolare rimanendo nell’ambito dell’efficienza energetica, tale approccio se ben interpretato, potrebbe costituire un elemento di superamento delle attuali distorsioni legate alla politica di Emission trading formulata per incontrare gli obiettivi posti dal trattato di Kyoto e ai cui risultati deludenti facevo prima riferimento.
L’attuale politica mirata, infatti,essenzialmente ai grandi impianti industriali di alcuni settori produttivi a cui è imputabile solo il 40 per cento del totale delle emissioni, è inefficace dal punto di vista del risultato finale. Molte industrie, come per esempio quella petrolifera in Italia, raggiungono già livelli di efficienza energetica molto alti: ulteriori restrizioni all’industria nel futuro si configureranno solamente come un ulteriore onere finanziario senza peraltro aiutare l’ambiente.
Questo approccio, oneroso solo per i settori colpiti, omette infatti completamente le emissioni relative ai consumi energetici delle imprese degli altri settori e soprattutto dei privati sia in forma individuale sia collettiva.
Né consente di indirizzare i consumatori a comportamenti virtuosi, spingendoli cioè al consumo di prodotti energeticamente più efficienti e pertanto condizionando i modelli di consumo e con essi quelli di produzione, attivando un circolo virtuoso. La conclusione a cui si giunge, dunque, è una ulteriore conferma dell’inadeguatezza delle politiche fin qui adottate. Politiche che nel caso italiano scontano il limite di non essere capaci di proporre soluzioni originali e adeguate alle specificità nazionali, che siano in grado di attribuire a tutti i soggetti l’adeguato grado di responsabilità sociale associato alla reale libertà di operare le proprie scelte in maniera consapevole. Ciò avviene nella materia di cui trattavo ma, mutatis mutandis, si riproduce anche in altri ambiti. È il caso del recente DDL sulle liberalizzazioni. Sicuramente all’iniziativa del ministro Bersani va ascritto il merito di aver sollevato la questione della necessità di liberalizzare l’economia italiana. Ma nei fatti le misure che tale DDL reca finora, nel corso del suo iter di stesura definitiva, sembrano contraddire l’intenzione di favorire il processo di liberalizzazione almeno del settore della distribuzione commerciale dei carburanti.
L’introduzione di benefici a favore di alcuni specifici soggetti, solo per i nuovi entranti, mantenendo le forte limitazioni esistenti a danno degli operatori tradizionali (riducendone conseguentemente le capacità competitive) appare nei fatti una misura tailor made per sdoganare l’ingresso della GDO.
Un risultato che, se confermato, sconterebbe il limite di essere mutuato con una sorta di esterofilia acritica dai modelli del Nord Europa in nome dell’obiettivo esclusivo del presunto prezzo minimo, senza aver considerato il grado di soddisfazione reale che i consumatori e le economie di Paesi come Inghilterra e Francia traggono dalla prevalenza di questo operatore, né il reale livello di efficienza energetica di quei modelli. Anche in questo caso, la tutela di una posizione particolare rischia di creare invece gravi distorsioni nel settore e pesanti esternalità per il sistema Paese. Al di là delle intenzioni, il provvedimento tradisce infatti l’obiettivo della piena liberalizzazione che lo stesso DDL dichiarava di voler traguardare. Lascia infatti in vita tutte le limitazioni circa i rapporti contrattuali e le modalità di funzionamento,negando ai consumatori in base alle loro esigenze e agli operatori sulla base delle proprie scelte commerciali, la possibilità di scegliere fra tutte le tipologie presenti sul mercato, compresi per esempio i punti vendita automatici la cui legittimità
Stato prima e Regioni dopo hanno fortemente limitato.
Inoltre il DDL in questione comporta il rischio, per come è congegnato il sistema italiano, di generare una indiscriminata proliferazione di punti vendita. Un risultato che, oltre a contraddire lo spirito iniziale della razionalizzazione della struttura distributiva, comporterebbe – per la potenziale maggiore numerosità di siti – significativi rischi dal punto di vista ambientale e paesaggistico oltre che di sicurezza (anche per la conseguente crescita della circolazione stradale di autobotti di rifornimento). In altre parole accrescerebbe l’inefficienza energetica e conseguentemente le esternalità già numerose nel sistema distributivo dei carburanti. Rischi che il provvedimento rafforza, non influendo di fatto sui siti incompatibili,la cui permanenza comporterebbe inoltre la rinascita delle cosiddette “vie del petrolio”. Vie caratterizzate dal susseguirsi di impianti carburanti lungo un
medesimo tratto di strada urbana oppure la creazione di impianti carburanti in zone protette, spesso mimetizzati da singolari soluzioni estetiche-architettoniche. E al povero cittadino consumatore che dovrebbe scegliere in base alle proprie possibilità, che ruolo si vuole dare?
Ho utilizzato l’esempio di questo DDL, così importante per il settore nel quale opera la nostra azienda, a titolo di conferma dell’inadeguatezza delle politiche dirigiste a traguardare l’obiettivo di sostenibilità dei modelli di sviluppo compatibilmente con un nuovo ruolo libero e responsabile dei cittadini. L’auspicio è dunque che la politica trovi, al di fuori di pregiudizi dettati da logiche di parte,la capacità di disegnare una via nuova per raggiungere questo obiettivo attraverso una nuova considerazione della categoria delle esternalità che valorizzi i modelli distributivi più virtuosi e incentivi la preferenza consapevole dei consumatori per questi. E che in quest’ottica i diversi dicasteri (penso al MSE e al MATT), abbandonando la logica dell’ambito esclusivo delle proprie materie, valorizzino i rispettivi ruoli e le rispettive competenze esprimendo interventi coordinati che garantiscano risultati concreti e misurabili in maniera oggettiva e completa per il bene di tutti.


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